Uno degli elementi che avevano contribuito nel 2006 alla riuscita del full length d’esordio degli Ahab era stato l’utilizzo da parte di Hector e Droste di un drummer in carne e ossa, invece del ricorso alla batteria programmata, nella persona di Cornelius Althammer, accreditato come session man in questo lavoro ma destinato a diventare un membro permanente della band assieme ai due fondatori e al bassista Stephan Wandernoth, che nel 2008 sostituisce il fuoriuscito Stephan Adolph. Con una formazione consolidata e stabile, un’etichetta di peso alle spalle capace di fornire il necessario supporto e un primo full length ben accolto oltre le più rosse aspettative, gli Ahab si preparano con calma che li ha sempre contraddistinti al successore di The Call Of The Wretched Sea. The Divinity Of Oceans si inserisce sia musicalmente che concettualmente nel solco già tracciato: da un lato il funeral degli Ahab mantiene intatte le sue caratteristiche, con brani lunghi e articolati guidati da un lavoro chitarristico che tesse armoniose melodie, sopperendo ampiamente all’assenza delle tastiere, dall’altra il racconto è strettamente connesso con il concept melvilliano, anche se l’opera da cui viene tratta linfa è un meno conosciuto libro intitolato Narrazione Del Naufragio Della Baleniera Essex Di Nantucket Che Fu Affondata Da Un Grosso Capodoglio Al Largo Dell’Oceano Pacifico, scritto trent’anni prima della pubblicazione di Moby Dick da Owen Chase, primo ufficiale di quell’imbarcazione fatta colare a picco dal cetaceo nel 1820, un avvenimento che qualche decennio dopo ispirerà lo scrittore inglese nella stesura della sua opera più famosa. Non mancano però, come è normale per una band di spessore, elementi di discontinuità rispetto a The Call Of The Wretched Sea, e il più evidente è il ricorso alle clean vocals, una soluzione che, se fornisce maggiori sbocchi a livello compositivo, trova altresì qualche controindicazione quando chi è chiamato a interpretare i brani con questa tecnica non è completamente a suo agio, come accade nello specifico in questo caso a Droste, il che sotto molti aspetti ricorda anche il percorso dei Pantheist di Kostas Panagiotou, con esiti del tutto sovrapponibili. Ma questo si rivela solo una piccola imperfezione all’interno di un contesto nuovamente di inestimabile valore, a partire da una Yet Another Raft Of The Medusa (Pollard’s Weakness), traccia d’apertura il cui dolente lavoro chitarristico non è così lontano da quello dei connazionali Worship, sia pure con connotazioni meno soffocanti; altro gioiello splendente nel lavoro è Redempion Lost, canzone in cui la melodia si fa più struggente, malinconica e ariosa.

2009 – Napalm Records