La riscoperta del folk in tutte le sue sfaccettature è stata una delle cose migliori capitatemi quest’anno,
Per carità, non che questa musica non sia mai stata nelle mie corde, purtroppo sono abbastanza vecchio per aver vissuto in tempo quasi reale, per esempio, l’epopea di CSN&Y e del Neil Young solista; quindi l’attuale appassionato compulsivo di doom e di sonorità comunque oscure non poteva abbandonare del tutto queste sonorità.
In fondo, questi generi poggiano su una base comune, la malinconia, che se in un caso viene portata alle estreme conseguenze assumendo sembianze dolorose, nell’altro viene vissuta come un momento transitorio che i casi della vita ripropongono ciclicamente, costringendo a conviverci senza che il tutto debba assumere necessariamente connotazioni drammatiche.
Tutti ciò serve per introdurre l’ennesima perla folk ascoltata quest’anno : il nostro menestrello arriva dalla splendida (e musicalmente feconda negli ultimi tempi) Sardegna e si chiama Enrico Spanu, mentre il suo progetto porta il nome di The Heart & The Void.
Il cuore e il vuoto: un abbinamento che, quando si verifica, può farci sprofondare nella disperazione più cupa oppure spingerci a trovare consolazione nella musica, sia suonandola sia ascoltandola.
A Softer Skin, secondo Ep del musicista cagliaritano, possiede questo efficace effetto catartico : una mezz’oretta di musica che magari non ti cambia l’umore ma riesce a sgombrare la mente dai pensieri più cupi, un po’ come una brezza più fresca che coincide con una schiarita dopo un violento temporale.
Se dovessi associare due parole a questo lavoro queste sarebbero purezza e semplicità: il suono limpido della chitarra di Enrico e la sua voce gentile, talvolta coadiuvata dal contributo di Giulia Biggio, rappresentano l’antitesi della ricerca spasmodica di soluzioni cervellotiche e a effetto che il più delle volte nascondono, paradossalmente, una sconfortante mancanza di idee e di talento.
Idee e talento che sono essenziali se si vuole proporre una musica che, solo in teoria, chiunque potrebbe comporre utilizzando soltanto una chitarra acustica e la propria voce, ma che davvero pochi sono in grado di realizzare in maniera così profonda e convincente come riesce ad Enrico Soanu.
Ammetto che forse il mio dna metallico può essere determinante nel farmi preferire, tra le tracce di questo lavoro, Down To The Ground, l’unico brano nel quale la chitarra assume sembianze elettriche, ma è davvero solo un caso, dato che anche i restanti cinque brani sono un oasi di bellezza da tenersi ben stretta al cospetto delle brutture quotidiane alle quali siamo costretti ad assistere.

Un disco da ascoltare e un musicista da supportare, indipendentemente dai generi che si prediligono abitualmente.

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