Inutile barare, prima d’oggi non avevo mai sentito nominare questa band australiana che, in sede di presentazione veniva indicata come dedita al gothic doom. Per recuperare il tempo perso e avere qualche informazione in più, ho ascoltato alcuni brani tratti dai due lavori precedenti, The Serpent’s Kiss e The Necessary Evil, facendomi l’idea di un combo dai tratti piuttosto personali e autore di album molto più oscuri di quanto un certo afflato melodico potesse farli sembrare.
Senonché Vis Ortis, il musicista di Melbourne che sta dietro al progetto, in quest’occasione ha deciso di circondarsi di un manipolo di ospiti per dar vita a un album davvero audace per scelte stilistiche e compositive
Bandita ogni sorta di forma canzone, i Mekigah fanno piombare l’ascoltatore in un’oscurità totale provocata da una forma estrema di dark-ambient che, talvolta, va a lambire suoni dronici, mentre in altri casi si mostra relativamente più accessibile grazie a sprazzi melodici e a qualche linea vocale che, comunque, tutto può apparire fuorché rassicurante.
Il risultato è sorprendente, visto il concreto rischio che si corre, in simili frangenti, di dar vita a un pastrocchio senza capo né coda: Litost, infatti, tiene inchiodati alla sedia, rivelandosi una credibile rappresentazione di un mondo in cui la luce si è spenta ormai da tempo
Cupo, solenne, drammatico, sferzato da voci sovrumane, l’album non fa sconti sia quando rumorismi assortiti prendono campo, sia quando melodie struggenti vengono sporcate da un substrato industrial-ambient.
La traccia che maggiormente può essere lontanamente definita come canzone è la stupefacente wurrmbu, prossima a certo doom senza compromessi tipico di casa Aestethic Death (The Nihilistic Front): ecco, ascoltatevela bene tenendo ben presente che si tratta di uno dei momenti più accessibili dell’album.
Difficile evocare sensazioni così forti senza ricorrere a mezzi “leciti” quali linee melodiche incisive oppure aggressività a piene mani: Litost potrebbe essere l’ideale colonna sonora di buon horror fantascientifico oppure di un documentario sul fine vita, ma non fa molta differenza in fondo, resta solo il suo effetto spaventoso ed affascinante allo stesso tempo.
Il disco si chiude in maniera eccellente con il minimalismo punteggiato di inalienabile malinconia di bir’yun: barlume di luce o illusoria speranza? Lo scopriremo probabilmente nella prossima occasione; infatti, sono piuttosto curioso di capire se questo disco resterà un episodio a sé stante nella discografia dei Mekigah per tornare a ripercorrere la via del gothic dei primi due dischi (molto belli peraltro, ora che li ho scoperti non li accantonerò facilmente) oppure se questa strada verrà auspicabilmente battuta anche in futuro.
In ogni caso grande album e band da circoletto rosso.