Gli inglesi A Forest Of Stars sono sempre appartenuti a quella categoria di band di sicuro interesse, capaci di colpi di genio all’interno di album spesso discontinui, benché suonati da musicisti ricchi di inventiva e dalle indubbie doti tecniche.
Il black strambo, profondamente legato alla tradizione prog e folk albionica, e dai riferimenti all’immaginario vittoriano, di buona fattura ma non sempre capace di finalizzare, arriva oggi alla sua forma definitiva, con un album magnifico nel quale, pur senza rinunciare al proprio sound eclettico, la band di Leeds riesce a focalizzare e a condensare in un solo colpo tutte le intuizioni di una carriera.
Il segreto, neppure troppo nascosto, sta nell’afflato melodico di un disco che, per quanto lungo, riesce sempre a tenere avvinto l’ascoltatore, grazie a un costante equilibrio tra le ritmiche black e l’aura progressive/folk.
Le sfuriate estreme sono esse stesse avvolte da atmosfere drammatiche alle quali contribuisce il convincente apporto vocale di Mister Curse, più incisivo e versatile che mai, con l’ausilio della voce di Katheryne, brava anche nel connotare i brani con violino e flauto, a seconda delle necessità.
Anche l’operato di The Gentlemen alle tastiere raggiunge le vette di ispirazione finora mai raggiunte, innalzando con i propri compari ai massimi livelli una band dalla carriera ancora relativamente breve, pur se già con quattro album all’attivo, sicché Beware The Sword You Cannot See si rivela uno dei migliori album ascoltati in questo primo scorcio di 2015. Le magnifiche atmosfere folk dell’opener Drawing Down The Rain introducono come meglio non si sarebbe potuto fare un lavoro che, nel corso della sua ora di durata, regala in successione passaggi memorabili, creando un vero e proprio caleidoscopio di emozioni che vengono evocate ora da ariose aperture melodiche, ora dall’intensità dei momenti più aspri, che mai comunque risultano carenti di una spiccata vena armonica.
Le cavalcate del basso, le carezze del violino, l’interpretazione teatrale del vocalist, il tocco sapiente e antico delle tastiere, le chitarre che accompagnano e sottolineano ogni frangente più che ergersi a protagoniste e un drumming ora furioso, ora misurato ed elegante, sono gli ingredienti preziosi che rendono irrinunciabile l’ascolto di un disco che spazza via in un sol colpo pletore di vacui sperimentatori.
Se gli A Forest Of Stars, con tutti i loro ammenicoli vittoriani, i pomposi nickname adottati e la ricerca quasi spasmodica del tratto originale, sono sempre apparsi a molti soprattutto pretenziosi, forse fino a ieri poteva esserci più di una buona ragione; oggi non più, Beware The Sword You Cannot See è l’album che esalta finalmente l’estro e la creatività senza che prendano il sopravvento sulla forma canzone ma, soprattutto, è puro godimento per chi apprezza contemporaneamente il black così come il progressive britannico ed il folk.
Chi già conosceva gli A Forest Of Stars, per provare a immaginare la bellezza del disco senza ancora averne ascoltato una sola nota, dovrebbe ricordare lo splendore melodico di una traccia come Gatherer Of The Pure per poi estenderlo a ogni brano contenuto in Beware The Sword You Cannot See.
Nessun momento morto, ma tanta intensità e qualità per un lavoro che, in puro spirito prog, non si fa mancare una lunga suite collocata in chiusura, nella quale salgono al proscenio la voce elegante di Katheryne e l’enfasi recitativa di Mister Curse: divisa in sei parti, ognuna delle quali fornita di una propria identità, Pawn On The Universal Chessboard si rivela l’autentico compendio del talento artistico di una band formidabile e, a suo modo, unica.

2015 – Lupus Lounge

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