Nel mondo degli Halter c’è ben poco spazio per immagini colorate e buoni sentimenti: la realtà prefigurata dal gruppo russo è intrisa di un pessimismo che sfocia sovente in una cruda ed aspra misantropia.

Giunta al secondo album dopo Omnipresence Of Rat Race del 2013, la band, se non muta sostanzialmente il proprio atteggiamento nei confronti dell’umanità e delle sue miserie, compie un deciso balzo in avanti dal punto di vista prettamente musicale, giacché il death doom scarno e asciutto ma anche privo di particolari slanci, del precedente album, lascia posto a una forma più elaborata con diverse aperture melodiche o riff relativamente fruibili, in grado di attrarre l’attenzione più agevolmente.
Nulla di nuovo, va sottolineato, ma con For The Abandoned gli Halter si allineano al livello medio delle produzioni del genere nel loro paese, che è decisamente elevato.
Dei 6 brani che compongono l’album due in particolare spiccano sugli altri: First Snow, che stempera la durezza di base del sound con passaggi più ariosi ed evocativi, e Keepers Of Persistent War, che gode invece di una struttura per certi versi accattivante e che è la riprova di quanto sia in grado di fare la band russa nel momento in cui decide di aprirsi parzialmente a sonorità meno claustrofobiche.
Ma è tutto l‘album che si dimostra decisamente di un altro livello rispetto al predecessore (niente male anche l’incipit della conclusiva Ode To Abandoned); tutto sommato gli Halter riescono a differenziarsi dalle altre realtà del genere almeno a livello concettuale, laddove un atteggiamento complessivo in cui traspare una certa “pietas” nei confronti di chi è oggetto di un ineluttabile destino, viene in questo caso sopraffatto da un sorta di cinico disgusto nei confronti di un’umanità allo sbando.