2016 – BadMoodMan

Non è sempre facile parlare in maniera obiettiva di una band quando si è avuta l’occasione di conoscerne i componenti, specialmente poi, quando questi si rivelano ragazzi mossi da una grande passione, altrettanto talento e soprattutto umiltà.

Gli (EchO), per fortuna, mi hanno reso più semplice del previsto le cose: il loro nuovo Head First Into Shadow, infatti, non è certo un lavoro che richieda una particolare benevolenza da parte del recensore perché possa essere definito il degno successore del già ottimo Devoid Of Illusions.
Quel magnifico primo full-length costituì, all’epoca della sua uscita (2011), una piacevole sorpresa, tanto più in quanto il gruppo bresciano era riuscito a manipolare in maniera personale la sempre ostica materia doom, arricchendola con sfumature post metal che non snaturavano affatto la matrice di un sound più malinconico che cupo; l’album venne registrato negli studi londinesi del guru Greg Chandler (Esoteric), musicista che ha scritto una buona fetta della storia in ambito funeral e dintorni, e il fatto stesso che una band (per di più italiana) avesse potuto avvalersi dell’aiuto di un personaggio di tale fama era sintomatico di quale fosse il suo potenziale.
Se Devoid of Illusions aveva dimostrato ampiamente che tale credito non era assolutamente usurpato, il lungo silenzio discografico che ne era seguito, unito all’abbandono della band da parte del vocalist Antonio Cantarin, rendeva non del tutto scontato che i nostri riuscissero, perlomeno, a confermarsi a quel livello.
Intanto, per Head First into Shadow, gli (EchO) hanno deciso di fare tutto da soli, affidandosi a Chandler solo per il mastering conclusivo e se, all’epoca, era stato lo stesso musicista britannico ad apparire in qualità di ospite nel brano Sounds From Out Of Space, qui i prestigiosi contributi esterni sono ben due, quelli di Daniel Droste, vocalist degli Ahab , “melvilliani” campioni del funeral tedesco, e di Jani Ala-Hukkala dei finnici Callisto, tra i precursori di quella commistione tra melodie rarefatte e sonorità estreme che avrebbe preso successivamente la denominazione di post metal.
La presenza di questi due musicisti, a rappresentanza di band che, in qualche modo, costituiscono i due poli opposti di un certo modo di comporre musica oscura, malinconica ed evocativa, delinea in maniera chiara quale sia il territorio entro il quale gli (EchO) vanno a spaziare con la stessa maestria dimostrata poco meno di un lustro fa: i sei brani proposti, per una durata complessiva di una cinquantina di minuti, riportano la band lombarda al posto che le compete, quello di vertice di un movimento musicale che affonda sì le radici nel doom ma con un approccio obliquo, al pari di quanto fatto qualche mese fa dagli altrettanto bravi Plateau Sigma.
Proprio in occasione del concerto imperiese in compagnia di questi ultimi, ebbi modi di ascoltare in anteprima quattro delle canzoni che sono confluite in Head First Into Shadow, restando piacevolmente impressionato già ad un primo ascolto, e riassaporarle in una veste ripulita dalle ruvidezze derivanti dall’impatto live non mi ha certo fatto cambiare parere.
L’album si apre come meglio non si potrebbe, con una magnifica Blood And Skin, traccia all’insegna di un death doom melodico e dolente, guidato da un chitarrismo ispirato e dalla voce assolutamente appropriata del nuovo entrato Fabio Urietti, suadente il giusto nelle parti pulite e rabbioso come necessario nei passaggi in growl.
Il primo minuto di A Place We Used To Call Home si rivela, invece, solo parzialmente ingannevole, perché se è vero che l’incedere rilassato viene increspato da una brusca impennata, va detto che il brano mantiene sempre una sua aura sognante e melodica.
Beneath This Lake, con il contributo di Daniel Droste, riporta nuovamente agli umori più cupi della traccia d’apertura, per sfociare poi in passaggi prossimi allo sludge nella sua parte discendente; davvero, questo è un brano che costituisce il perfetto biglietto da visita da proporre a chi volesse avvicinarsi agli (EchO), perché qui c’è proprio tutto: la delicatezza del post metal, la pesantezza (in)sostenibile del doom più estremo, sfumature elettroniche che puntellano i passaggi più intensi, insomma, un’alternanza caleidoscopica di sensazioni.
A seguire Gone, che vede la partecipazione dell’altro ospite Ala-Hukkala, esibisce forse i momenti più fruibili nell’immediato dell’intero lavoro, esplicitando altresì la maturità artistica di questo gruppo di musicisti: il sound scorre lento, evocativo e, soprattutto, fluido; certo, Head First into Shadow non lo si può né liquidare né tanto meno provare a descrivere dopo qualche ascolto distratto, qui siamo al cospetto di musica che va elaborata con una pazienza che risulterà direttamente proporzionale all’entità delle emozioni che sarà in grado di farci provare.
Gli ultimi due episodi puntellano il valore di un opera eccellente: A New Maze rappresenta l’attimo in cui gli (EchO) raggiungono il massimo punto di vicinanza agli amici Plateau Sigma, mentre Order Of The Nightshade chiude il sipario con i suoi toni drammatici, esaltati dalla voce di Urietti che sferza il muro sonoro eretto dai bravissimi e puntuali Simone Saccheri e Mauro Ragnoli (chitarre), Agostino Bellini (basso), Paolo Copeta (batterie) e Simone Mutolo (tastiere).
Chi si attendeva un’opera che consacrasse il valore degli (EchO)  è stato ampiamente accontentato: Head First Into Shadow è uno scrigno che racchiude musica preziosa e mai scontata, rabbiosa ed emozionante allo stesso tempo e l’unico auspicio da farsi è che non si debba aspettare altrettanto per godere nuovamente dei frutti compositivi di una band che sicuramente all’estero ci invidiano.
E noi, invece, cosa aspettiamo a supportare adeguatamente simili realtà musicali espresse dal nostro paese?