Anche se non lo si dovrebbe fare, viene spontaneo associare le diverse etichette discografiche a un genere musicale piuttosto che ad altri: nello specifico, dalla Argonauta Records, che annovera nel proprio roster, tra gli altri, autentici agitatori musicali quali Nibiru o Sepvlcrvm, ci si aspettano di norma album collocabili in qualche luogo che stia a metà strada tra doom, sludge post metal e sperimentalismi mai fini a se stessi. Sorprende non poco, quindi, ritrovare tra le competenti grinfie di Gero, boss della label genovese, la storica band finlandese Throes Of Dawn, visto che nei suoi anni migliori (parliamo dello scorso decennio), aveva dato alle stampe degli splendidi lavori (su tutti Quicksilver Clouds) aventi quale comune denominatore melodie malinconiche inserite all’interno di un tessuto gothic doom dark. Sorprende ancor di più constatare come, sei anni dopo il leggermente opaco The Great Fleet Of Echoes, il gruppo fondato nel 1994 dal vocalist Henri Koivula (oggi anche nella line-up dei magistrali Shape Of Despair) e dal chitarrista tastierista Jani Heinola sia infine approdato a una forma di progressive dai tratti certamente oscuri, riconducibile in parte agli ultimi Anathema ma dai robusti richiami a sonorità pinkfloydiane.
Lo schema compositivo lo si potrebbe liquidare come semplice e lineare: i brani si aprono in maniera soffusa, spesso rarefatta, lasciando spazio ad arpeggi acustici, tocchi pianistici e una voce scevra di ogni asprezza, per poi aprirsi irresistibilmente in assoli di matrice gilmouriana, tutti, nessuno escluso, capaci di strappare più di una lacrima a chi ha vissuto in tempo quasi reale le gesta del musicista inglese e della sua ineguagliabile band.
Facile o, ancor peggio, derivativo? No, perché intanto certe sfumature bisogna saperle maneggiare con cura e competenza, ma ciò che più interessa, qui, è l’intensità emotiva che l’album riesce a sprigionare in ogni brano e, a fare la differenza, è soprattutto la predisposizione con la quale l’ascoltatore si avvicina a Our Voices Shall Remain: se si cerca qualcosa che urti, disturbi e ribalti con forza le nostre (poche) certezze consolidate, allora si è decisamente sbagliato indirizzo, mentre non sarà così per chi nella musica ricerca una forma d’arte che sappia commuovere, elevando lo spirito tramite un doloroso processo catartico.
Qui manca, ovviamente, il senso di tragedia evocato dal migliore funeral melodico, ma il turbamento che la chitarra di Jani Heinola riesce a produrre con magistrale continuità porta a un risultato finale non troppo lontano, lasciando quale eredità tangibile la commozione che prende il sopravvento all’ascolto di brani quali Lifelines, The Understanding e, soprattutto, la conclusiva The Black Wreath Of Mind, che chiude magnificamente il lavoro grazie al magico connubio tra le sei corde ed il pianoforte.
Sperando, probabilmente invano, che qualcuno tra gli onanisti del progressive dei bei tempi andati riponga per un attimo la sua copia di Wish You Were Here ingiallita dal tempo e provi a dare un ascolto a Our Voices Shall Remain, non resta invece che raccomandare questo splendido ritorno dei Throes Of Dawn a chi vuole farsi cullare da emozioni che traggono linfa dal passato ma vivono e si sublimano nel presente.

2016 – Argonauta Records