Mettersi a scrivere la recensione di un disco che si intitola Senescent Signs nel giorno del proprio compleanno, quando gli ‘anta sono già stati doppiati un pezzo, non è una buonissima idea… Amenità a parte, è con grande piacere che ci si imbatte nel ritorno dei The Drowning, band che è sempre stata tra le migliori interpreti nel nuovo millennio del doom death di scuola britannica, in ossequio quindi ai dettami dei maestri My Dying Bride e tutto ciò che ne consegue.
Senescent Signs è il quarto full length del gruppo gallese e vede una novità in line up rispetto al precedente Fall Jerusalem Fall (2011), con Matt Small a sostituire James Moore alla voce, mentre sul piano delle sonorità il nuovo lavoro riporta la barra in maniera decisa verso un doom death dalla grande ortodossia, che potrà peccare magari in originalità risultando ugualmente molto più che apprezzabile, vista la padronanza e l’esperienza maturata da questi musicisti in tale ambito.
I The Drowning, alla fine, suonano il genere esattamente come l’appassionato lo vorrebbe sempre sentire: partiture robuste, rallentamenti, un growl profondo ed efficace, aperture melodiche di classe e una sensazione di malinconia che aleggia su tutto l’album in maniera più soffusa che esasperata, lasciando che le emozioni si diluiscano in maniera uniforme nel corso di oltre un’ora di musica.
Non bisogna però cadere nell’equivoco di pensare che, in fondo, Senescent Signs sia una sbiadita copia di quanto fatto anche di recente dalla premiata ditta Stainthorpe & co.: la band gallese riesce a differenziare il sound proprio irrobustendolo, incrementando i ritmi e rendendolo nel contempo più accessibile, cogliendo influssi provenienti anche da oltreoceano, rinvenibili per esempio in una Broken Before The Throne che riporta a tratti ai migliori Novembers Doom.
Anche le splendide Never Rest e, soprattutto, When Shadow Falls, vera perla dell’album, mostrano quindi, oltre alle stimmate degli interpreti di razza, la capacità dei The Drowning di cosmopolizzare il tipo di doom proposto, senza aderire in toto alla scuola albionica come sarebbe stato lecito aspettarsi.
Un’ottima band ritrovata ai suoi migliori livelli, credo che di più non si potesse chiedere.

2016 – Casket Music