Quando nel 2008 uscì l’album d’esordio Cherno, i Kypck forse non vennero presi da tutti abbastanza sul serio per diversi motivi: intanto, perché dei finlandesi dovrebbero cantare in russo ed utilizzare l’alfabeto cirillico per il moniker ed i titoli dell’album e delle canzoni? Inoltre che ci fa uno come Sami Lopakka (ex-Sentenced) in una band che suona un doom greve come pochi ?

Quesiti fondati che il tempo ha dissipato fornendo ampie risposte: i suddetti Kypck sono una band che è stata capace nel tempo di creare un proprio marchio e, soprattutto, una forma di doom comunque personale e riconoscibile, non solo per la lingua utilizzata. Per quanto riguarda la partecipazione di Lopakka, a posteriori è apparso chiaro a tutti che su questo progetto il chitarrista aveva puntato seriamente fin da subito, e dal 2011 la presenza di ex-Sentenced in formazione si è raddoppiata con l’ingresso dell’altro Sami, Kukkohovi, ai tempi bassista e qui seconda chitarra, visto che l’ossessivo basso ad una corda viene maltrattato da J. T. Ylä-Rautio. A completare il quintetto vi sono il batterista A.K. Karihtala, anch’egli con un passato illustre nei disciolti Charon, e soprattutto il cantante Erkki Seppänen (Dreamtale), portatore sano del verbo sovietico con la sua padronanza della lingua.
Dopo quattro full length che hanno visto aumentare il seguito della band, in Russia ovviamente, ma non solo, l’autunno del 2016 è il momento dell’uscita di Зеро (Zero), un lavoro che non fa altro che rafforzare la meritata fama raggiunta dai nostri.
Partendo da un immaginario abbondantemente indirizzato dal moniker (la traslitterazione è Kursk, ovvero la città sede della più grande battaglia tra carri armati della seconda guerra mondiale, ma anche il nome del sommergibile atomico che nel 2000 si trasformò in un enorme bara sottomarina per oltre cento sventurati), il sound dei Kypck è quindi un doom che, se per certi versi appare vicino alla tradizione, dall’altra mantiene un’inquietudine di fondo che lo avvicina, solo emotivamente, al funeral. Un contributo decisivo al senso di oppressione provocato dal sound dei finnici lo offre l’esasperato ribassamento delle accordature simboleggiato dal basso monocorde di Ylä-Rautio, grazie al quale le numerose parvenze melodiche assumono un’aura alquanto sinistra .
Proprio il suo porsi in una sorta di terra di mezzo tra il doom di stampo classico e quello estremo è mio avviso la forza dei Kypck, assieme al fatto di far dimenticare fin dalla prima nota che la band non è russa, tale e tanta la sua immedesimazione nella parte.
Emblematica, per solennità e potenziale evocativo, è una canzone come Mne Otmshchenie, forse la migliore del lotto assieme all’iniziale e leggerissimamente più orecchiabile Ya Svoboden (non a caso scelta per accompagnarvi un video) e alla conclusiva Belaya Smert, ma in fondo è il disco nel suo insieme a mostrare una compattezza sorprendente, risultando avvincente dalla prima all’ultima nota.
Non un lavoro facile, Zero, e forse non piacerà neppure a diversi adepti del doom in virtù proprio del suo oscillare tra sonorità sabbathiane esasperate all’ennesima potenza e pulsioni estreme di fatto inibite, quasi venissero lasciate implodere all’interno di un sound che resta costantemente minaccioso.
Un disco affascinante ma non per tutti, l‘unico dato certo è che i Kypck sono una band magnifica, altro non c’è da aggiungere.