2016 – Autoprodotto

L’Italia è senza dubbio terra fertile per quanto riguarda il doom più tradizionale, lo stoner o sludge, ma lo è molto meno se pensiamo alle sue varianti death e funeral.

Sono infatti poche le band che sono emerse con decisione negli ultimi anni in questo settore (tralasciando realtà magnifiche come Plateau Sigma, (Echo) e Il Vuoto, in virtù di variabili stilistiche che spesso vanno oltre il genere specifico) e, tra queste, le migliori non producono nuovo materiale da diversi anni (Valkiria, Consummatum Est): non può che essere accolto con entusiasmo, quindi, questo disco d’esordio dei Raspail, trio romano composto da musicisti legati a nomi di spicco della scena capitolina quali Klimt 1918, Room With a View e Novembre.
Se neppure questi gruppi possono essere catalogabili a pieno titolo come doom, almeno nel senso più tradizionale del termine, sono comunque anch’essi espressione di un modo di far musica che affonda le proprie radici nei meandri più oscuri dell’animo.
Con queste premesse, Dirge si presentava potenzialmente come una delle migliori esibizioni recenti in campo death doom degli ultimi anni e, dopo ripetuti ascolti, si può tranquillamente affermare che le attese non sono state deluse, anzi: i Raspail maneggiano la materia con la giusta ispirazione, conferendo ai brani un’aura melodica che sovente va a pescare anche in ambiti post metal, ma mantenendo sempre ben salde le connotazioni tipiche del genere.
Un riffing robusto ma mai eccessivo, armonie spesso delicate e lo screaming (qui per gusti personali avrei preferito un più profondo growl, ma sono solo dettagli), avvicinano talvolta la band romana ai Valkiria, assieme a un modo comune di intendere il sound in maniera più affine alla scuola statunitense (Daylight Dies e successiva genia) che non a quella nordeuropea, propensa a offrire sonorità dall’impatto relativamente più coinvolgenti nell’immediato, dal punto di vista emotivo.
Dirge, al contrario si insinua con lentezza nella mente dell’ascoltatore, che deve assimilare con la dovuta attenzione le sfumature di un’opera in cui le atmosfere, spesso, si fanno soffuse, quasi rarefatte (e qui viene fuori la componente ambient/postmetal) in ossequio al modus operandi di una Roma Obscura che, sempre più spesso, caratterizza opere decisamente peculiari.
A detta dei loro autori, l’album è frutto di una gestazione lunga dalla quale si desume che nulla sia stato lasciato al caso, e i risultati che ne scaturiscono sono tangibili: qui si rinviene un flusso sonoro continuo, tramite il quale i Raspail rapiscono l’ascoltatore dalla prima nota della magnifica The Wanderer fino allo stupefacente crescendo conclusivo di Et In Arcadio Ego, trasportandolo sulle ali della malinconia lungo un viaggio virtuale nei luoghi più oscuri della città eterna.
Affermare che questo sia, per distacco, il miglior disco death doom italiano degli ultimi tre anni rischia d’essere riduttivo, perché Dirge è un opera di respiro assoluto, con il suo indurre un flusso emotivo privo di picchi ma costante, senza mai un cedimento o concessioni a passaggi cervellotici o che non siano del tutto funzionali allo scopo ultimo del doom: commuovere prima, per poi trascinare nei gorghi più profondi dell’afflizione fino a quella catarsi finale capace di rendere perlomeno accettabile l’ineluttabilità del destino.