Sicuramente, se si cerca del death doom della vecchia scuola suonato con proprietà e competenza, l’approdo in terra albionica è una sorta di certificato di garanzia.

Gli Uncoffined provengono, appunto, da Durham ed esprimono in maniera ideale questo stile musicale: Ceremonies Of Morbidity è il loro secondo full length che conferma il buon livello già raggiunto con il precedente Ritual Death And Funeral Rites, grazie alla coesione di un gruppo di musicisti capaci di mettere a frutto l’esperienza maturata in passato.
Il motore della band è la cantante batterista Kat Shevil, attiva nella scena britannica fin dai primi anni novanta, guida del manipolo di dannati che ne accompagna l’efferato rantolo; Ceremonies of Morbidity è un lavoro che, con soli cinque brani, supera l’ora di durata ma tutto sommato il peso di tutto ciò non si avverte più di tanto: se si apprezza il genere non sarà un problema convivere con il sound pachidermico ma sufficientemente dinamico offerto dal quartetto.
Grazie a una produzione efficace ma che lascia al sound quella sporcizia che ben gli si addice, l’album lascia il segno, mantenendo una sua drammaticità di fondo, dovuta anche all’inserimento di numerosi samples che rimandano agli horror in bianco e nero dello scorso secolo, e si pone una spanna al di sopra delle uscite di stampo analogo che mi è capitato di commentare ultimamente, alle quali mancava quella profondità che, invece, gli Uncoffined riescono a imprimere con forza al lavoro.
Della tracklist segnalo gli ultimi due brani, Ill Omens Of Death and Disease e Awakened From Their Dormant Slumber, che forse più degli altri si snodano lungo le coordinate che preferisco, quando il death doom volge lo sguardo ai dsichi d’esordio di Cathedral e Anathema, o all’unico splendido full length pubblicato dagli effimeri Decomposed: qui gli Uncoffined esprimono il meglio, ma non demeritano assolutamente anche nel resto di un album che ribadisce con forza, semmai l’avessimo dimenticato, quale sia la vera patria del genere.

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