I finlandesi Ordog sono una band già abbastanza longeva e capace di pubblicare, nel 2011, un magnifico disco come Remorse, autentico monumento al funeral doom. Sembra passato molto più tempo da allora, forse anche perché la band di Tornio ha dato seguito a quel lavoro con una prova ben più opaca nel 2014 (Trail For The Broken).
In effetti è difficile pensare di passare, senza subire contraccolpi, da una proposta basata su un sound granitico e rallentato all’inverosimile a un gothic più orecchiabile ma fondamentalmente inoffensivo, anche per le caratteristiche stesse della band che vede un vocalist perfettamente a suo agio con il growl ma piuttosto zoppicante quando so trova alle prese con le clean vocals.
Il nuovo The Grand Wall non riporta ai fasti di Remorse, il cui feeling unico pare non essere definitivamente più nelle corde degli Ordog, ma dimostra un raddrizzamento della barra verso una direzione stilistica più confacente alla band.
L’album, infatti offre una buona serie di brani in cui il substrato gothic è molto ben accompagnato da una robusta componente death doom, e il ritorno, seppure parziale, a una materia che calza a pennello al gruppo finnico fa il resto, fornendo così un risultato del tutto soddisfacente.
Proprio una traccia che maggiormente riporta alla componente death, come In The Looming Bitterness, mostra una certa  appaiono le più peculiarità, laddove, a un avvio che lascia poco spazio alla melodia per offrire libero sfogo a una certa veemenza, segue un addolcimento del sound con l’apparizione, a tratti, anche di quell’Hammond che fu in grado di fare la differenza in un brano epocale come la title track di Remorse.
The Grand Wall gode di una compattezza invidiabile e non c’è davvero nulla che non vada: ogni episodio scorre con buona fluidità, con i picchi rinvenibili in brani melodici e malinconici come Open The Doors To Red e The Perfect Cut, andando a costruire un insieme sonoro che verrà apprezzato non poco dagli appassionati del genere ma, d’altro canto, per riuscirci appieno è necessario utilizzare quale termine di paragone Trail For The Broken e non sicuramente Remorse o ancor più Life Is Too Short For Learning To Live.
Del resto, quella degli Ordog è stata un’evoluzione stilistica naturale e simile a quella di molte altre band del settore: è possibile che chi ama il funeral nelle sue forme più esasperate possa non esserne del tutto convinto, ma alla fine si tratta solo di valutare l’operato in base a quanto prodotto nel presente, lasciando per quanto possibile da parte il passato.

2016 – MFL Records