Come glielo (ri)spiego, a chi non ascolta da anni un disco nuovo di una band sconosciuta, che là fuori ci sono tali e tante magnifiche realtà musicali che non basterebbe una vita intera per poter godere di ogni singola nota che viene prodotta. Se qualcuno pensa che stia esagerando cominci a buttare un orecchio (possibilmente aperto, dopo aver fatto altrettanto con la mente) a questo gioiello di metal estremo melodico e atmosferico marchiato Æðra.
Di questa one man band statunitense, dietro la quale c’è il talento di Erik Lagerlöf, se ne sentiva parlare bene già da un po’, fin dall’uscita del primo demo auto intitolato e del full length d’esordio The Evening Red, risalente al 2011.
Tempo ne è trascorso parecchio da allora, ma Erik si fa perdonare con un lavoro stupefacente dal primo all’ultimo secondo, grazie ad una proprietà di scrittura tipica dei fuoriclasse, in grado di fondere con naturalezza disarmante black e death, nelle loro versioni atmosferiche, finendo per creare l’ibrido ideale che ogni appassionato vorrebbe creare a tavolino: un entità capace di esprimere l’impeto epico degli Amon Amarth, le trascinanti melodie dei migliori Dark Tranquillity e quel pizzico di solenne e oscura glacialità delle band americane (Agalloch e Wolves In The Throne Room).
Perseiderna è tutto questo, e se tale affermazione può apparire eccessiva, prego gli astanti di accomodarsi all’ascolto di questo disco esaltante per freschezza e intensità: quale ulteriore garanzia c’è il nome dell’etichetta che ha licenziato il lavoro, la Naturmacht, realtà piccola che non inflaziona certo il mercato con le sue produzioni ma che, quando propone una band o un progetto, lo fa sempre a ragion veduta.
Erik, il cui cognome tradisce in maniera evidente radici nordeuropee, si rivela anche un ottimo chitarrista, infarcendo di gustosi assoli i brani di Perseiderna, e non se la cava male nemmeno con la voce, anche se il suo scream è il piatto meno prelibato della casa (meglio, allora, i rari passaggi in growl); in generale, comunque, funziona tutto alla perfezione, anche quando il musicista dell’Illinois si lancia in un sempre rischioso strumentale pianistico (The Shoreline’s A Starting Point…) o quando decide di chiudere l’album con una traccia di oltre un quarto d’ora di durata, ambiziosa per intento e ricca di variazioni ritmica senza far mai scemare la tensione compositiva ed esecutiva, chiudendo così idealmente il cerchio aperto con la spettacolare doppietta iniziale (la title track seguita da The Rainflower Crest).
Al di là dei prodromi emersi in passato, è innegabile che questo lavoro costituisca una sorpresa dai riflessi abbaglianti mentre, al contrario, non stupisce il fatto che ciò provenga dal nuovo mondo piuttosto che dalla vecchia Europa, patria di queste sonorità, perché proprio l’essere al di fuori di una scena dagli sviluppi piuttosto codificati può consentire di dare sfogo a una creatività frutto di influenze immagazzinate e rielaborate con mente fresca e libera da condizionamenti di sorta.
Peccato solo che quest’album sia uscito proprio nella seconda metà di dicembre, restando inevitabilmente fuori dalle classifiche del 2016, immaginando che molti, come me, lo avranno ascoltato per la prima volta solo nell’anno nuovo, ma sinceramente è solo un problema per chi tiene alle statistiche, di certo non per quelli che ricercano come l’ossigeno musica buona e, soprattutto, inedita.

2016 – Naturmacht Productions

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