Il secondo full length dei Longhouse, doom metal band di Ottawa, è la fotografia più realistica di quello che è effettivamente lo scenario musicale dei giorni nostri. Questo trio guidato da Josh Cayer propone un doom di ottimo livello, mai scontato e con diverse venature che vanno dallo sludge alla versione più tradizionale del genere, eppure non ha la notorietà che meriterebbe, probabilmente schiacciato dalle caterve di materiale di livello nettamente inferiore, ma con superiore visibilità, immesso quotidianamente su un mercato ipersaturo; del resto, con la musica del destino non ci si arriva a fine mese e, spesso, chi la suona le gratificazioni deve trovarle più dentro se stesso piuttosto che nella risposta del pubblico.
Questo è ciò che fa il buon Cayer che, essendo discendente di nativi americani, pensa bene di creare un inedito connubio tra il doom e testi intrisi della spiritualità e del rispetto per la natura di cui gli indiani d’America sono rimasti tra i pochi depositari sul pianeta.
Il sound dei Longhouse non presenta però alcuna sfumatura etnica e si snoda lungo cinque lunghe e bellissime tracce, andando a toccare diversi punti focali del genere, approfonditi con una tipica formazione a tre che, assieme al già citato bassista e cantante, annovera anche i bravi Marc Casey alla chitarra e Mike Hache alla batteria.
Si parte, così, dalla dissonante e pesantissima Hunter’s Moon, con la quale si bazzica anche dalle parti del post metal, e che ingannevolmente fa pensare a un brano strumentale, visto che le harsh vocals di Cayer entrano in scena solo nella parte finale; proprio la voce potrebbe costituire un punto di controversia per gli amanti del doom tradizionale, abituati a voci più stentoree e meno ringhiose: personalmente, tale scelta invece non mi dispiace affatto, né deve indurre in errore quanto avviene nel brano conclusivo The Vigil, dove il timbro vocale pulito viene esibito con successo in un contesto molto più adeguato, trattandosi dell’episodio senza dubbio più melodico, con sconfinamento conclusivo nella psichedelia, dell’intero lavoro.
Come si può intuire, i Longhouse, seppure nell’ambito di un territorio angusto come quello del doom, brillano proprio per la loro versatilità, evitando la reiterazione stilistica lungo tutti i brani e riuscendo anche con buon successo a districarsi lungo minutaggi importanti.
Devo fare un mea culpa per aver messo da parte, inizialmente, II:Vanishing pensando a un’opera minore o comunque trascurabile, ma solo dopo qualche passaggio nel lettore ne è emerso appieno il valore e da questo se ne deducono due cose: la prima è che l’album necessita d’essere lavorato per bene prima della sua assimilazione, mentre la seconda è che i Longhouse sono un’ottima realtà, meritevole della massima attenzione da parte degli appassionati di doom.

2017 – Autoprodotto