Più o meno a due anni esatti dall’uscita di Still Bleeding, ritroviamo Luca Mazzotta ed il suo progetto solista Helfir con un nuovo lavoro su lunga distanza intitolato The Human Defeat.

Parlando di quell’album, con la necessità di inquadrare in qualche modo il sound proposto dal musicista leccese, mi ero esposto senza troppi rischi nel paragonarne l’opera a quella di nomi illustri quali Antimatter, Anathema e Katatonia, mentre The Human Defeat cambia non poco le carte in tavola.
Fin dall’opener Time In Our Minds è possibile percepire, infatti, una propensione al gothic e al doom e, in generale, un approccio relativamente più estremo alla materia; tutto questo conferisce al lavoro anche una maggiore varietà e, di conseguenza, spinge gli Helfir fuori dall’orbita delle band di riferimento per assumere una forma ben più personale senza smarrire, però, un’oncia dell’impatto emotivo evidenziato sul precedente lavoro.
Lo stesso ricorso al growl, utilizzato con parsimonia ma in maniera del tutto appropriata, aggiunge un ulteriore elemento di discontinuità che nel brano d’apertura accentua gradevolmente la dicotomia tra l’anima metal e quella più propriamente dark alternative, mentre la chitarra tesse melodie splendide e dolenti, catturando così subito l’attenzione dell’ascoltatore.
Con Light cambia lo scenario e le coordinate sonore si spingono oltreoceano, eguagliando per potenziale evocativo e pulizia sonora quanto fatto quasi contemporaneamente dagli splendidi 1476.
La marea si ritrae e Tide lascia riaffiorare tracce tangibili degli Helfir precedenti, un’entità capace di modellare con maestria sonorità liquide ma cariche di tensione emotiva, lasciando che l’intimismo di Protect Me e Chant D’Automne prenda educatamente il sopravvento.
Pulsioni elettroniche inaugurano una Mechanical God che oscilla tra l’alternative e l’industrial, esibendo a tratti riff di una cattiveria insospettabile: un brano di grande impatto, ma che rischia d’apparire addirittura fuori contesto, specie se seguito dalle delicate pennellate chitarristiche di Climax 2.0.
In Golden Tongue ritroviamo nuovamente quel sound inquieto che aveva contraddistinto la splendida traccia d’apertura, mentre in The Last Sun ritorna a predominare l’imprimatur poetico di scuola Antimatter, anche se, come già detto, in tali frangenti le possibili somiglianze appaiono meno marcate che in passato.
La versione strumentale di Chant D’Automne suggella idealmente un lavoro di grade maturità e soprattutto propositività: Luca Mazzotta avrebbe potuto continuare a seguire, peraltro facendolo benissimo, le tracce di Moss e compagnia, mentre con quest’opera decide di prenderne in qualche modo le distanze, ampliando in maniera efficace e condivisibile lo spettro compositivo con risultati eccellenti.
Se Still Bleeding era già un album più che convincente, The Human Defeat va ancora oltre, collocando il nome Helfir ai vertici qualitativi della scena italiana.

Contrassegnato da tag