Penso che anche i detrattori più accaniti del genere converranno sul fatto che, se black metal deve essere, va suonato e offerto come fatto dai Cult Of Erinyes con questo loro terzo full length intitolato Tiberivs.

La band belga è autrice di una forma del genere che non ne stravolge le coordinate ma, semmai ne amplifica e valorizza i tratti salienti, per cui il sound è pervaso allo stesso tempo di un’aura oscura e solenne che fa risaltare l’opera rispetto alle molte uscite di questi tempi.
I nostri, per non lasciare nulle di intentato, si sono circondati di diversi ospiti che forniscono il loro contributo alla riuscita dell’album, tra i quali non si può fare a meno di notare il nome di Déhà (batteria, tastiere e chitarra), la cui presenza è una sorta di evento sentinella capace da sola di determinare a priori la bontà di un album, benché in questo caso la responsabilità compositiva sia tutta di competenza dell’ottimo Corvus.
I nove brani offerti in Tiberivs non lasciano un solo attimo di tregua, intrisi come sono di una costante tensione che corre sul filo di sonorità che attingono sicuramente alla parte migliore della scuola scandinava, ma esibendo tracce evidenti di una rilettura personale e di grande competenza.
Tutti i protagonisti dell’album si esprimono al meglio delle loro potenzialità, portando ognuno un proprio fondamentale contributo alla sua riuscita, a partire da Mastema, il quale, oltre ad aver ideato il concept che trae linfa dalla storia dell’antica Roma e da uno dei suoi più controversi imperatori, si rivela vocalist corrosivo dalla timbrica spesso sconfinante nel growl, portando così il sound più vicino alle maggiori band che utilizzano questa soluzione, prime fra tutte i Dark Funeral; va aggiunto che il vocalist ha interrotto dopo l’uscita dell’album il suo lungo sodalizio con Corvus, il quale è corso ai ripari rimpiazzandolo, come meglio non avrebbe potuto, con lo stesso Déhà.
L’album è piuttosto lungo per le abitudini del black ma la sua intensità elimina alla radice tale problema, rendendolo un prodotto da assaporarsi comunque con la dovuta attenzione, vista anche la presenza di più di un passaggio di natura ambient sparso nei vari brani. I Cult Of Erinyes possono rallentare il sound ai limiti del doom, mantenersi su mid tempo o scaricare la propria veemenza ad andature ben più sostenute, ciò avviene però sempre con grade fluidità, e spesso all’interno degli stessi brani, rendendo ancor più avvincente un sound che si avvale anche di ottimi spunti solistici della chitarra.
Nessun punto debole, solo una violenza sempre sotto controllo e un gusto melodico che, sebbene compresso dall’attitudine estrema, sboccia all’improvviso con interventi solisti della chitarra che impreziosiscono anche le due tracce migliori dell’album, Casus Belli e Germanicvs, appena superiori al resto di una tracklist che non delude in alcun suo frangente.
Uno dei migliori dischi black dell’anno in corso, almeno secondo i miei personalissimi gusti.

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