Il nuovo lavoro dei sardi Apneica si rivela oltremodo gradito per diversi motivi, che vanno anche al di là dell’intrinseco valore di questo ep intitolato Tra Rocce e Cortecce. La band di Alessandro Seghene mi aveva folgorato con il magnifico ep Pulsazioni… Conversione, nel quale la materia death doom si fondeva al meglio alle pulsioni post metal ponendo le basi per ritagliare alla sua creatura un ruolo da protagonista assoluta nella scena nazionale; purtroppo, il successivo full length Vulnerabile Risalita mi aveva invece parzialmente deluso, pur nella sua oggettiva bontà complessiva, in quanto la barra era stata spostata quasi del tutto verso la seconda delle sue componenti smarrendo in parte la drammaticità e il pathos tipiche del doom metal. Tra Rocce e Cortecce segna non tanto un ulteriore cambio di direzione ma semmai un assestamento ideale dello stile perseguito dagli Apneica: se da una parte c’è il ritorno a sonorità più aspre, con il buon Ignazio Simula che si dedica quasi esclusivamente al growl, lasciando l’uso della voce pulita alla brava Piera Demurtas, dall’altra è ancora più fluida la compenetrazione con il post metal che fa scaturire bellissime aperture melodiche all’interno di un sound che resta, comunque, tutt’altro che morbido. Non ultimo, l’utilizzo delle launeddas, il tradizionale e peculiare strumento a fiato della tradizione sarda, senza apparire fuori contesto aggiunge semmai un valore importante allo sviluppo dell’album: è grazie a tutti questi elementi che l’ep mette nuovamente in luce la band sarda, con quattro brani intensi, dotati di una buona sintesi pur non essendo brevissimi, e tutti ugualmente intrisi di oscurità e pathos, pur mostrando ciascuno caratteristiche diverse. Le launeddas introducono con il loro magnifico timbro Terra, brano stupendo nel suo lento incedere, mentre Occhi Celati mostra il volto più intimista degli Apneica con l’accentuato contrasto tra growl e carezzevole voce femminile; Dove Cresceva La Foresta evidenzia ancor di più l’eccellente lavoro chitarristico che connota l’intero lavoro, in un ambito che talvolta sfiora certa darkwave trasfigurata dalla compatta base death doom, ma è la splendida melodia della conclusiva Astratta Solitudine a segnare in maniera definitiva il lavoro, sfociando in un finale più rarefatto con la chiosa delle launeddas che ci riportano al punto da cui tutto era partito. I testi in italiano, sempre ricchi e incentrati su tematiche naturalistiche, sono un interessante elemento di discontinuità rispetto alle abitudini del genere e arricchiscono ulteriormente un album che colloca gli Apneica nella posizione che si auspicava ai tempi dell’uscita di Pulsazioni… Conversione, al quale peraltro il nuovo ep si lega in qualche modo presentando quella che ne era la traccia d’apertura Alba Artificiale come bonus track, a confermare una sorta di ritorno a quelle sonorità che tanto avevano impressionato quattro anni fa.

2018 – GS Productions