Quando si tratta di parlare di una band che ti ha letteralmente segnato la vita è difficile esprimersi in maniera oggettiva, nel bene e nel male. Per me i My Dying Bride sono qualcosa in più di un gruppo musicale, bensì i malinconici cantori che hanno accompagnato una fase importante della mia esistenza. Sono altrettanto conscio del fatto che a una band giunta al quattordicesimo full length in trent’anni di carriera non è lecito chiedere nulla di più che consentire ai propri fedeli fans di ascoltare ancora qualche sprazzo dell’arte decadente che mai abbandonerà Stainthorpe e soci. The Ghost Of Orion è l’ennesimo bell’album che i maestri di Halifax propongono dall’inizio del nuovo millennio senza raggiungere i picchi delle pietre miliari rilasciate negli anni Novanta, ma neppure lasciando l’amaro in bocca agli ascoltatori. Questo avviene perché in ciascuna di queste opere, a partire da The Dreadful Hours in poi, ci sono dei lampi abbaglianti di classe che giustificano ampiamente l’acquisto di ogni nuovo lavoro, al di là che a tratti il tutto posa apparire erroneamente un compitino eseguito senza sbavature come di particolari slanci emotivi. Niente di più sbagliato: quando una band dal simile status (parliamo di qualcuno che ha fatto la storia del metal, piaccia o meno) regala i dieci minuti struggenti di una traccia come The Long Black Land, con i suoi rimandi nel finale a un passato che non ritornerà più, giustifica ancora la sua esistenza e la voglia di offrire periodicamente nuova musica allo zoccolo duro dei propri adoratori. Poi, entrando sui un piano prettamente dogmatico, i My Dying Bride non potranno mai fare un brutto disco così come Nicole Kidman non potrà diventare mai brutta, neppure invecchiando e ingrassando….

2020 – Nuclear Blast