Essendo uscito solo qualche mese dopo rispetto al nuovo album dei My Dying Bride, per l’ultima fatica discografica dei Paradise Lost si potrebbe fare una sorta di copia incolla di quanto già scritto riguardo ai loro concittadini. Nel 2020 non sarebbe giusto e neppure onesto chiedere a Mackintosh e soci di replicare i livelli raggiunti a inizio carriera, quando assieme alle altre due punte della sacra triade hanno riscritto per sempre le regole del gothic doom; detto ciò, dopo un lavoro convincente ma dai tratti prevalentemente cupi come Medusa, il ritorno a sonorità più ammiccanti pur senza debordare verso l’inconsistenza di Host et similia può essere salutato solo con favore, soprattutto perché Obsidian contiene una manciata di brani davvero eccellenti, una serie di potenziali hit che tali si rivelano senza apparire biecamente commerciali. I nostri si ricordano dopo un quarto di secolo d’aver scritto un album memorabile come Draconian Times, composto da canzoni corrosive, profonde ma altrettanto ben memorizzabili, e con l’ultimo lavoro ne ricalcano senza remore la formula, aggiornandola ai giorni ostri senza abiurare del tutto gli ammorbidimenti intervenuti da One Second in poi. Il risultato è che, nonostante a molti la cosa non sia andata giù (ma parliamo di gente a cui magari era piaciuto Host, il che è tutto dire), i Paradise Lost sono tornati a insegnare alle band più giovani come si compongono brani essenziali, trascinanti e dai riff che stendono al tappeto. Poi, pazienza se ormai dal vivo Holmes non regge più la scena vocalmente e i suoi compari mostrano sul palco lo stesso entusiasmo che ho io quando devo timbrare il cartellino alle 7,30 del mattino. Il tempo passa per tutti….

2020 – Nuclear Blast