Il terzo album dei Tethra rappresenta al meglio ciò che si intende per evoluzione a livello di sound: la band novarese, partita dal doom asciutto ed essenziale ma non privo di fascino del full length d’esordio Drown Into The Sea Of Life, già con il seguente Like Crows For The Earth iniziava a mostrare un’impronta melodica maggiore che trova la sua ideale realizzazione in quest’ultimo Empire Of The Void.

Questo processo è avvenuto gradualmente e, soprattutto, senza snaturare le caratteristiche di base dei Tethra: se l’ovvio tratto d’unione tra i vari lavori è per forza di cose il vocalist Clode, essendo l’unico rimasto della line up che ha inciso il lavoro d’esordio, è naturale che il consistente avvicendamento di musicisti in questo decennio di attività abbia contribuito a modificare in parte le coordinate sonore. Empire Of The Void è un album che convince e cattura fin dalle prime note di un intro gradevole che introduce a Cold Blue Nebula, canzone che ben racchiude le caratteristiche essenziali della band: un sound robusto racchiude linee melodiche ben definite e il tutto viene supportato sovente da un elemento nuovo nel sound dei nostri com’è la tastiera, strumento capace di legare al meglio le varie sfumature sonore pur restando sostanzialmente sempre in sottofondo.

La scaletta offerta è varia, partendo da tratti più arcigni nella sua prima metà, grazie a brani ruvidi e cantati prevalentemente in growl, ingentiliti però dall’eccellente lavoro della chitarra solista. A seguire, le tre parti di Gravity si segnalano quale altro punto focale dell’intero lavoro con la rocciosa intensità della prima (Ascension), il magnifico impatto melodico della seconda (Aeons Drift) e l’incedere dai tratti progressivi della pressoché strumentale terza (Ultimo Balurdo).

La title track, etereo ed evocativo frammento, segna in qualche modo lo spartiacque dell’album che riparte con la cover di un brano iconico come Space Oddity; ecco, se nel confrontarsi con canzoni così pesanti dal punti di vista storico e musicale è sempre molto alto il rischio di uscirne schiacciati, invece i Tethra interpretano magnificamente il capolavoro firmato da David Bowie, fornendogli una connotazione doom senza stravolgerne la struttura né attenuare l’impatto di uno dei chorus più coinvolgenti della storia della musica.

Introdotta da una linea chitarristica di dolente bellezza, A Light Year Breath si trasforma poi in un potenziale ed irresistibile singolo trascinata dal duetto di Clode con la sempre splendida voce di Gogo Melone (Aeonian Sorrow). Restano ancora due tracce notevoli come Dying Signal (brano arcigno ma dal break centrale dal notevole impatto emotivo) e Ison (incalzante dalla prima all’ultima nota) per chiudere l’album dopo quasi un’ora di musica priva di sbavature o tempi morti.

Così come avvenuto per altre band doom italiane, quali per esempio (Echo) e Plateau Sigma, anche per i Tethra il terzo full length rappresenta il raggiungimento dell’apice compositivo nonché la consacrazione del proprio nome tra quelli di punta di una scena capace di offrire opere di grande spessore con una continuità sconosciuta in passato.

2020 – Black Lion Records