Una valida e opportuna alternativa alle ristampe di album del passato, che magari includono quali uniche novità alcune bonus track, è senza dubbio la registrazione ex novo di tutta la tracklist, con l’autore che ha così la possibilità di intervenire su aspetti tecnici ed esecutivi che magari non lo avevano soddisfatto in prima battuta, specialmente se il lavoro in questione rappresentava uno dei primi passi discografici.
A questa strategia non si sottare Daniel Neagoe che, pur avendo messo nel limbo gli Eye Of Solitude, decide di rivisitare il full length d’esordio The Ghost rivoltandolo abbastanza per renderlo del tutto all’altezza dei successivi lavori, da Sui Caedere fino al conclusivo Slaves To Solitude.
Il gothic doom ancora ruspante della versione originale diviene assume così le sembianze di un death doom melodico dalle venature funeral che finisce, a tratti, per assomigliare più ai Clouds che non agli stessi Eye Of Solitude, il che è tutt’altro che un male, almeno se si osserva il tutto dal punto di vista della fruibilità. Il musicista rumeno riesce ad esaltare al meglio la componente melodica e drammatica del proprio sound, cambiando la tracklist e diluendo la durata di gran parte delle tracce originali, fino a rendere questo rifacimento di The Ghost un qualcosa di imperdibile per chi si abbevera da tempo del suo innegabile talento.

2020 – Autoprodotto