Arrivando a parlare di questo duo che si è mosso in tempi recenti con il moniker Solautumn il vero mistero sul quale porre attenzione non è scoprire da dove provengano o quale sia la reale identità di Anelhen e Demoon, bensì il fatto che due album splendidi come Under The Sky Of A Dying Heaven (2018) e Autunnaria (2020) non abbiano ricevuto un minimo d’attenzione. Non è così comune infatti ascoltare opere di magnifica intensità emotiva come l’album d‘esordio, più vicino per umori ad un intrigante incrocio tra doom atmosferico, post metal e depressive black, e soprattutto il più recente Autunnaria, riconducibile invece a tutti gli effetti al funeral, nel cui ambito è stato in assoluto una delle migliori uscite più recenti. E’ anche vero, d’altro canto, che un po’ di colpa va addebitata a chi produce arte di spessore ma non fa abbastanza per divulgarla, non affidandosi magari ai canali più consueti o adeguati e non penso neppure che ciò avvenga per una sorta di ritrosia o ancor peggio di atteggiamento snobistico degli autori, se è vero, come affermato sulla pagina Bandcamp (unico punto di contatto con la band) che il demo previsto per l’esordio vero e proprio nel 2016 non è stato mai pubblicato perché ritenuto non all’altezza delle attese, attendendo così altri due anni per rielaborare al meglio i brani ivi contenuti. Questo atteggiamento è suggestivo di una forma di attenzione e di rispetto nei confronti dei potenziali ascoltatori, i quali però devono anche essere in qualche modo informati dell’esistenza di un prodotto a loro rivolto, altrimenti il tutto finisce per restare delittuosamente appannaggio di una ristretta cerchia di amici e conoscenti, proprio quello che pare essere accaduto ad Autunnaria. Uscito nell’estate del 2020, in piena euforia edonistica da post prima ondata di Covid,  Autunnaria ci riporta con i suoi toni riflessivi e decadenti alla stagione che sarebbe venuta dopo, con i suoi colori tenui che la dura realtà avrebbe trasformato poi in una grigia monocromaticità: Pioggia, Nubi, Foschia, Caverna, Infinito, sono titoli che non lasciano spazio a dubbi interpretativi riguardo ai temi e alle sonorità offerte dai Solautumn, nelle quali sono rinvenibili gli insegnamenti dei seminali Novembre, rielaborando il tutto con uno stile personale, oscillante tra passaggi rarefatti ed accelerazioni repentinamente represse, lasciando che i brani si snodino ingannevoli come quella pioggerellina fine, quasi impercettibile, che finisce per intridere d’acqua gli indumenti non meno di un furioso temporale. I testi sono tutti in italiano, non sempre intelligibili in quanto per lo più espressi in growl, salvo alcune eccezioni come in Caverna e nella successiva Sul Trono Dell’Oscur Eterno, tracce superlative che introducono alla parte conclusiva di un lavoro che si sviluppa in forte crescendo emotivo, raggiungendo il suo apice nella struggente Infinito per chiudersi con la malinconica poesia della title track. I Solautumn sono una delle gemme più preziose nascoste nel confuso e sovraffollato sottobosco dell’underground metal italiano, e questo rappresenta al meglio le difficoltà che hanno oggi gli appassionati (quelli veri, sempre alla ricerca di novità in grado di nutrire il cuore e la mente) nel separare il grano dal loglio.

2020 – Autoprodotto