I Draconian sono sempre stati una delle band guida, almeno negli ultimi due decenni, per quanto riguarda il gothic doom con voce femminile, soprattutto per chi propendeva per soluzioni più oscure e meno ammiccanti commercialmente. E’ stato anche per questo che, personalmente, tanto ho amato i primi tre album Where Lovers Mourn, Arcane Rain Fell e The Burning Halo, quanto sono rimasto non dico deluso ma relativamente insoddisfatto da quelli successivi, a mio avviso meno profondi e drammatici e senz’altro più accessibili.

Del resto, non so quanto casualmente, il leader e compositore Johan Ericsson iniziò parallelamente la sua avventura solista denominata Doom Vs. nella quale sembrava convogliare tutta quella vena ispirativa più dolente che invece si ritrovava in maniera sporadica nei Draconian in quello stesso periodo (al riguardo consiglio di andare a recuperare quello splendido album del 2014 intitolato Earthless, nel quale il vocalist era Thomas Jensen dei Saturnus).

Ecco perché questo ottimo Under A Godless Veil mi riconcilia con la band svedese dopo che per una quindicina d’anni avevo smesso di seguirla con assiduità per i motivi sopra descritti. Fermo restando che i precedenti Turning Season Within, A Rose For The Apocalypse e Sovran sono degli album di livello qualitativo irraggiungibile comunque per la maggior parte dei gruppi dediti al genere, i Draconian con il nuovo disco recuperano quella capacità di emozionare che si era parzialmente annacquata e fin dall’opener Sorrow Of Sophia si capisce che oltre alla solita impeccabile forma c’è anche tantissima sostanza.

La vocalist sudafricana Heike Langhans si conferma una magnifica interprete e non la stucchevole sirena pseudo operistica che spesso vieni imposta dai numerosi epigoni della band scandinava, grazie ad una timbrica che talvolta ricorda quella sua compianta connazionale Aleah Starbridge dei Trees Of Eternity, mentre Anders Jacobsson continua a fare il suo sporco ma fondamentale lavoro con il suo ruvido ed efficacce stile vocale.

Il tutto avviene in un contesto sicuramente più etereo rispetto a quanto avveniva nei primi lavori ma allo stesso tempo il songwriting ispirato di Ericson riesce a trovare le corde giuste facendo veleggiare l’ascoltatore lungo dieci brani di grande spessore, nessuno escluso.

2020 – Napalm Records