I Varego sono uno dei migliori esempi di ciò che si intende per evoluzione inteso in senso artistico e compositivo; partita all’inizio dello scorso decennio con uno sludge dai tratti aspri sebbene già percorso da pulsioni trasversali, la band ligure si è gradualmente lasciata andare ad aperture verso generi attigui, come lo stoner, il post metal e il progressive e di questo percorso il quarto e più recente full lenght auto intitolato ne è la migliore testimonianza possibile.

Nonostante Davide Marcenaro (voce e basso), Alberto Pozzo (chitarra) e Simon Lepore (batteria), siano musicisti non più di primissimo pelo, mettendo a confronto l’esordio Tumultum del 2012 e l’ultima uscita gli scostamenti appaiono evidenti, non solo dal punto di vista stilistico ma anche da quello meramente esecutivo; non solo, il songwriting è focalizzato al meglio in direzione di una forma canzone che conferisce a ogni singolo brano una sua precisa fisionomia e, allo stesso tempo, una maggiore capacità di presa nei confronti dell’ascoltatore. Le sette canzoni proposte sono concise, ficcanti, in grado di lasciare il segno in virtù di un sound che oggi è molto più orientato verso uno stoner dai tratti psichedelici con non troppo dissimulate propensioni grunge (il fantasma degli Alice In Chains aleggia in più di un frangente) e progressive (qua è là si intercettano tracce dei Voivod epoca The Outer Limits e, soprattutto, dei più recenti lavori dei tedeschi Secrets Of The Moon).

Da notare anche la primizia costituita da un brano come Raptus, interamente cantato in italiano: un esperimento riuscito così come lo è questo ottimo album che si spera ottenga la meritata visibilità.

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