Ammetto di non essere mai stato un estimatore degli album completamente strumentali, questo fin da quand’ero più giovane e i miei ascolti prediligevano un genere come il progressive che si prestava molto più di altri a simili soluzioni; infatti, all’epoca la mia benevolenza si limitava a sostanzialmente ai lavori della Mahavishnu Orchestra, ma lì si raggiungevano livelli tecnico/compositivi stellari per cui della voce non se sentiva davvero il bisogno. Ritornando nell’orticello doom non sorprende che, in un genere per sua natura poco sostenuto a livello ritmico e neppure adatto ad accogliere svolazzi e virtuosismi tecnici, gli album degni di nota tra quelli privi di contributo vocale siano davvero una rarità. Sono quindi ben contento di annoverare tra queste l’ultima uscita dei Bloodyclerks, band spagnola che ha iniziato la sua attività addirittura nel secolo scorso, rilasciando però fino ad oggi solo due full length, Nocturna nel 2002 e No Sun After The Storm nel 2010: il primo non ho avuto modo di reperirlo mentre del secondo posso dire con ragionevole certezza che, oltre a prevedere l’uso della voce nella maggior parte dei brani, il sound si presentava molto più eterogeneo e obliquo nel suo prendere spunti da più generi, tanto da rendere il tutto interessante ma anche piuttosto dispersivo. Se ne deduce comunque che i musicisti all’opera, sebben poco prolifici, sono senz’altro esperti e buoni conoscitori della materia: tutto ciò confluisce in Doldrums Combustion, un’opera splendida per la continuità con cui il gruppo di Alicante riesce a proporre soluzioni melodiche struggenti rivestendole della pesantezza ritmica del doom, senza disdegnare qualche naturale sfumatura progressive e scongiurando qualsiasi principio di noia nel corso dell’ascolto. Merito di un lavoro strumentale che predilige la ricerca dell’emozione piuttosto che il mero tecnicismo, anteponendo la profondità delle composizioni a qualsiasi altro aspetto. Doldrums Combustion sfiora i settanta minuti di durata, distribuiti lungo otto tracce di lunghezza omogenea, ma nonostante questo quando si arriva all’ultima nota di Another World Dreams l’unica sensazione che rimane in eredità è quelle di riprendere daccapo l’ascolto perché della mancanza di parti cantate alla fin fine non ci si fa neppure caso. Per quanto mi riguarda si tratta di una delle soprese dell’anno, anche se tale definizione può far specie se si pensa a quando ha preso il via il percorso di questa eccellente realtà musicale iberica.

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