E’ sempre dannatamente difficile fare paragoni col passato quando si deve parlare di una band che ha fatto la storia, rivelandosi tanto longeva quanto poco prolifica. Le quattro canne dell’organo intagliate nel legno, raffigurate in copertina, simboleggiano idealmente quei quattro ragazzi che nel 1991 si sono riuniti per seguire inizialmente le orme dei connazionali Thergothon e poi ridefinire le coordinate del funeral doom, restando sempre uniti in questi trent’anni tra varie vicissitudini personali ma senza mai mollare, limitandosi soltanto a diradare le uscite soprattutto nel nuovo secolo. Companion è l’ultimo sforzo discografico degli Skepticism, a ben sei anni da Ordeal, lavoro da cui differisce non poco a partire dal fatto d’essere stato registrato con tutta calma in studio e non dal vivo durante un concerto come il suo predecessore. La minore preponderanza nell’economia del sound dell’organo di Eero Pöyry a favore di più canonici spunti tastieristici riporta per tale caratteristica a un album come Farmakon, ma non si può fare a meno di notare che i due brani chiave Calla e The Swan and the Raven, non a caso scelti dalla band per anticipare i contenuti di Companion, sono anche tra i più orecchiabili di sempre, assieme alla meravigliosa Departure proposta in Ordeal. Quando si spandono nell’aria le note iniziali del disco la commozione assale il fan della prima ora, e non c’è nulla da contrapporre perché il sound del quartetto di Riihimäki resta unico e inimitabile, alla faccia di chi sminuisce il funeral per la sua presunta uniformità stilistica. Come detto, non solo l’organo, che continua a svolgere il suo compito di surrogato del basso, ma anche una tastiera avvolgente si ergono a vessillo del ritorno dei maestri del più affascinante e controverso sottogenere del doom. The Intertwined è ancora pura poesia, solenne e melodica nonostante il funesto cantore Matti Tilaeus si prodighi per rendere il tutto più aspro, e in fondo lo stesso si può dire per la terza traccia The March of the Four, altro episodio coinvolgente e struggente. Il momento di più difficile decrittazione del lavoro arriva con Passage, brano al contrario molto più ruvido del solito, dominato dal drumming atipico di Lasse Pelkonen e piuttosto avaro di slanci atmosferici. The Inevitable riconduce alle coordinate dei primi tre episodi preparando idealmente il terreno al capolavoro The Swan and the Raven, canzone che entra nel novero delle più belle e toccanti mai composte dagli Skepticsm, in cui ritorna fondamentale la chitarra di un ispirato Jani Kekarainen. Ma alla fine di questa “non recensione” (infatti, dovete considerare queste righe come il commento di un fedele adepto di questo culto trentennale) resta il fatto che, come detto, nonostante cronologicamente siano arrivati dopo i Thergothon, probabilmente il funeral doom come lo conosciamo oggi non sarebbe mai esistito senza l’apporto decisivo di questi musicisti. Basta e avanza, credo, per accreditarli di imperitura gratitudine per come riescono sempre, dopo così tanto tempo, a emozionare e a stupire, confermando un’ormai dogmatica infallibilità.

2021 – Svart Records