Dalit – Moksha

Un altro album uscito all’inizio dell’anno e sfuggito a qualche radar di troppo, incluso il mio, è Moksha dei norvegesi Dalit, band in circolazione ormai da una quindicina d’anni ma che, come troppo frequentemente accade, paga il fatto d’essere autrice di un metal dalle tematiche cristiane. Premesso che il mio status è quello di non credente, devo ammettere che non di rado prediligo la profondità con cui vengono affrontati con convinzione argomenti religiosi piuttosto che l’esibizione adolescenziale di satanismi e blasfemie assortite di bassa lega; questo anche perché, soprattutto nei sottogeneri del doom, l’approccio cupo e introspettivo della musica ben si sposa con testi profondi e soprattutto scevri di quell’odio che oggi troppi esibiscono con protervia solo per mascherare un fallimento esistenziale. Il fatto è che i Dalit, con Moksha, danno alle stampe uno degli album più belli dell’anno in ambito death doom melodico: in poco più di quaranta minuti il gruppo di Stavanger delizia gli appassionati con melodie ariose, perfettamente eseguite e capaci di veicolare una sottile malinconia piuttosto che una cupa disperazione, tanto che si fatica a trovare un brano migliore degli altri (se obbligato scelgo Anthem). Anche dal punto di vista lirico, i Dalit non cercano di convertire nessuno, semmai si interrogano sulla miseria di coloro che vedono il “Moksha” (ovvero il momento di passaggio dalla vita alla morte nell’induismo) come una liberazione dalle sofferenze terrene pur non credendo ad alcuna rinascita. Si tratta di un tema tutt’altro che banale che questi ragazzi norvegesi ammantano di una musicalità struggente e priva di passaggi a vuoto, con la bella tonalità della vocalist Guro Birkeli ad alternarsi all’aspro growl del bassista Eirik Hellem e diversi ospiti ad arricchire con violino e tastiere un lavoro dal potente e raro afflato emotivo.

2021 – Autoprodotto