Volendo fare un rapido consuntivo derivante dall’ascolto di Closer to God si potrebbe parlare di un ritorno dei Pantheist al funeral doom dopo oltre un decennio, ma tale affermazione sarebbe riduttiva se non semplicistica, perché Kostas Panagiotou è un artista che non può essere facilmente ingabbiato in un’etichetta specifica, e se lavori come quello auto intitolato del 2011 e il più recente Seeking to Infinity erano pervasi da pulsioni ben differenti da quelle riscontrabili nel full length d’esordio O Solitude e nel successivo Amartia, non va dimenticato che il musicista di origine greca ha continuato in questi anni a frequentare i lidi più oscuri del doom suonando con i Clouds e gli Aphonic Threnody e dando vita assieme a Ivan Zara gli ottimi Towards Atlantic Lights, del cui ultimo album ho parlato poco tempo fa, senza dimenticare numerose e fruttuose collaborazioni con altre realtà gravitanti in tale segmento stilistico. Certamente il nuovo album mostra quei rallentamenti ritmici che riconducono al sottogenere che i Pantheist hanno contribuito a codificare all’inizio del secolo, e non a caso Kostas si avvale della collaborazione di consolidati conoscitori della materia come gli statunitensi Jeremy Lewis (chitarra, Mesmur) e John Devos (batteria, Mesmur e Comatose Vigil A.K.), assieme al francese Frederic Laborde (alias Nereide, chitarrista, Hidden In Eternity) e al gallese Matt Strangis (basso), ma la novità risiede in un mood cinematografico che viene esplicitato fin dalle note di presentazione, andando a scomodare anche il compianto Ennio Morricone; per una volta quanto preannunciato tiene perfettamente fede ai contenuti di un lavoro e, così, ariose melodie si vanno talvolta a coniugare opportunamente con un robusto growl, oppure si accentuano in direzione atmosferica traendo ispirazione senza remore dall’opera di uno dei maggiori compositori contemporanei quale è stato il Maestro italiano. La scaletta presenta subito un brano lunghissimo come Strange Times, in cui vengono delineate in oltre venti minuti tutte le sfumature sonore che Panagiotou intende diffondere in questo suo ultimo lavoro, per cui le restanti tre tracce, più o meno orientate verso l’uno o l’altro dei due aspetti compositivi in precedenza citati, sono le naturali conseguenze di un’ispirazione che il musicista da anni residente nel Regno Unito dimostra di possedere ancora intatta, mettendola nuovamente al servizio del sound che gli estimatori del doom atmosferico prediligono. La presenza come ospite del flautista rumeno Andrei Oltean (Clouds) e la mano posta in sede di mastering da parte di Greg Chandler sono solo le ciliegine sulla torta in un’opera che conferma i Pantheist (oggi curiosamente rappresentati con una dieresi sulla lettera “I”) nel ruolo di assoluto rilievo occupato con merito dall’inizio del secolo.

2021 – Melancholic Realm Productions